I lavoratori all’estero per attività nel campo dell’edilizia e in tanti altri settori sono esposti, oltre ai rischi tradizionali legati al tipo di lavoro e alle specifiche mansioni che svolgono, anche a quelli legati al clima, alle condizioni igienico-sanitarie  del paese, alle caratteristiche dell’ambiente, alla presenza di malattie infettive. Il lavoratore vive spesso in condizioni abitative disagevoli. L’area di residenza lavorativa può essere urbana o extraurbana. Le condizioni  abitative possono essere in muratura, legno, fango, vi può essere o no disponibilità di servizi igienici, vi può essere presenza di vettori di infezione.

L’analisi  delle condizioni di vita di quel lavoratore deve comprendere la  variabile sicurezza alimentare, la disponibilità cioè di acqua e cibo sicuri, la disponibilità di servizi igienici e di smaltimento dei rifiuti. Da considerare poi la disponibilità di un pronto soccorso vicino al luogo di lavoro, di un ospedale dotato di strutture diagnostiche e curative idonee in caso di bisogno.

Da considerare con la massima attenzione è il rischio infortuni in considerazione dell’organizzazione del lavoro, della tecnologia e delle condizioni di sicurezza presenti in quel contesto. Vi sono poi condizioni di stress psicologico  legato alla mancanza dei famigliari, al rischio di malattie sessualmente trasmissibili per l’eventuale pratica di sesso mercenario.  Il datore di lavoro ed il medico competente dovranno quindi censire accuratamente i rischi legati al tipo di lavoro e alla mansione in quella specifica situazione ambientale con quella specifica tecnologia ed organizzazione del lavoro (operai specializzati e tecnici d’impianto saldatura, lavori in altezza, esposizione a fattori chimici e sostanze tossiche) e conoscere la situazione epidemiologica di quell’area del mondo e di quella specifica realtà locale. Non è solo l’ENI, la grande azienda di stato a portare lavoratori italiani all’estero, ma una serie di aziende medio-piccole e sono tanti i paesi di tutti i continenti ove i nostri connazionali si recano. Il medico del lavoro ed il datore di lavoro hanno l’obbligo di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni per realizzare una strategia atta a tutelare il lavoratore in quel determinato paese dove il lavoratore presterà la sua opera.

I datori di lavoro e il medico competente hanno il dovere di conoscere la legislazione a tutela dei lavoratori ed i rischi ambientali e professionali per i lavoratori italiani all’estero correlabili alla situazione sanitaria in quel determinato paese. I rischi del lavoro all’estero sono dunque legati al comparto produttivo di appartenenza dell’azienda (Costruzioni, Metalmeccanico, Petrolifero, Chimico Farmaceutico, Elettrico, …) e alla mansione specifica, al rischio fisico, chimico e biologico essendo questo amplificato per i rischi legati al soggiorno in paesi dove possono essere endemiche malattia come la malaria, la tubercolosi, la meningite meningococcica, l’epatite A, B, la febbre tifoide, il colera.

Tra i compiti del medico del lavoro vi è dunque la corretta profilassi pre-esposizione al rischio biologico lavorativo ed ambientale e la capacità professionale di far diagnosi e prestare cure mediche in caso il lavoratore contragga una malattia infettiva. La protezione da agenti biologici è trattata nel titolo VIII del decreto legge del 19.9.1994 n.626 e dalle direttive 8939, 89654, 89855, 89656, 90269, 90270, 90394 della CEE riguardanti il miglioramento della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro. La direttiva 391 del 1989 intendeva uniformare le normative relative alla tutela dei lavoratori nei luoghi di lavoro in Europa. La direttiva 679 del 1990 definiva gli agenti biologici e li classificava in base al livello di pericolosità fornendo anche la misura dei livelli di esposizione massima. Nell’art. 14, allegato 4 si dava l’indicazione di avere un registro degli esposti che doveva essere conservato per almeno 10 anni.

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